IPERCUSSONICI

CARAPACE

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La parte superiore di un guscio: un po’ protegge, un po’ si mostra; tante tessere che compongono uno splendido disegno geometrico: è questo il carapace, la parte superiore esterna del guscio delle tartarughe, ed è questo il nuovo disco de Ipercussonici, Carapace: un grande mosaico che compone il mondo sonoro, culturale e umano di questa straordinaria band catanese.

Mille i suoni e gli strumenti che concorrono a disegnare questo quadro: dall’acqua che scorre nella bellissima bottiglia dal collo lungo posata lì da una nonna attenta (Fuje) alle campane sapientemente manufatte da abili fabbri di campagna (Ipercus-Suite), dalle corde pizzicate d’una kora dell’Africa Occidentale alle lamelle pizzicate dei marranzani siciliani: i suoni e i colori di Carapace attraversano con amore la Terra e la sua storia, quella attuale e quella più remota. Ecco allora che la tartaruga - un vecchissimo, lento, mastodontico rettile, una specie vivente che ha fatto la sua comparsa sulla terra più di 220 milioni di anni fa, ancor prima dei più celebri dinosauri - diviene qui un simbolo, un totem strambamente elegante, la memoria vivente del mondo. Da un lato Ipercussonici, attraverso la musica, cercano di collegarsi al passato ripercorrendo positivamente la nostra memoria collettiva, dall’altro cercano di collegare i popoli del pianeta. E dal confronto con culture che hanno un rapporto con la Terra diverso dal nostro si rinnova spontaneo l’amore per la stessa. Il titolo dell’album è quindi anche un gioco di parole: cara-pace, un augurio, una dichiarazione d’amore, una dichiarazione politica.

Il disco nasce su queste solidissime basi culturali e non sorprende poter ascoltare in più tracce di Carapace il suono del didjeridoo – strumento a fiato di origine australiana -, formato da un ramo che canta, o del balafon – xilofono africano che risuona nella pancia di dodici zucche. Ed insieme a questi, tantissimi strumenti della tradizione musicale italiana; perché anche in Italia, per lunghi anni, si è ballato al suono di strumenti naturali, in una realtà tribale che ancora resiste in alcune aree, dove – in occasione di riti sociali o religiosi – si improvvisa per ore su temi musicali: una modalità difficile da rinchiudere o riformulare in una canzone, ma il cui spirito percorre l’intero disco.  

Carapace è un ‘road-album’ - come affermano ironicamente Ipercussonici - ovvero un disco registrato in giro per il mondo, un disco senza casa inciso sull’uscio di mille tradizioni diverse, tale da poterle carpire lì dove nascono, ma anche da potersi mescolare alla Storia e alle Storie del mondo. Così, un po’ per gioco un po’ per riverenza, nell’introduzione di Percus-Suite si possono ascoltare tanti amici di madrelingue diverse che deformano, pasticciano con il nome ‘Ipercussonici’, mentre questo pezzo strumentale è una sorta di gioco ritmico o poliritmico tra popoli, formato da tante frasi differenti arrangiate per sole percussioni (Dun dun, sangban, marranzani e didjeridoo).

Quella delle tante lingue e linguaggi possibili è una traccia che percorre tutto l’album: in Fuje, tributo all’acqua e alla sua essenza, si alternano versi in lingua Sousou (parlata nella Guinea) e in lingua Malinkè (parlata nel Mali). La prima parte del testo di Cincu, scritto da Ramzi Harrabi (poeta e cantante Tunisino-Siracusano amico del gruppo), è in arabo così come araba è l’ambientazione sonora della canzone; qui “la memoria del passato” porta però sofferenza e la “paziente madre” a cui tornare è certamente biografica ma allude anche alla Madre Terra. Più apertamente e diffusamente pangenetica è la prospettiva ecologista di Universo, dove il desiderio si spinge a voler “dimenticare / tutte le lingue degli uomini / e finalmente saper comunicare / scambiandosi onde e fluidi”, mentre la memoria riesce a spingersi molto indietro, alla storia infinita dell’universo “quando eravamo alberi”, “quando eravamo pietre”; in Universo la musica che cita ritmi e sonorità dance ha un effetto straniante, non vuole rilassare chi la ascolta (come accade nella musica ambient), piuttosto stimola il sudore fisico e della mente.

Questo uso straniante della musica appare subito in Carapace, già nella prima traccia: Funkynanna è una ninna nanna che non vuole indurre il sonno, ma accompagnare chi di notte ama, lavora, è maggiormente in contatto con l’universo; la Funkynanna ricorda che le cose importanti come il tempo o i pensieri non si possono contare: “Acchiana la luna lu suli tramunta / chiddu ca cunta…/non si cunta”.

Ipercussonici si confrontano continuamente con i generi musicali, ci giocano, li citano, li stravolgono: non soltanto una ninna nanna funky o temi ambient per una canzone dance, ma – in Sento - usano l’elettronica citando l’alternative rock un po’ intimista tipico della musica italiana anni Novanta. La musica è comunque, prima di tutto energia vitale e danza, perché “anche il silenzio danza” (Impossibile), “se ci credi assai”, come “una canzone senza musica”.  

La stessa Cara Pace è una canzone da ballare con ritornello punk rock, chitarre distorte su un tappeto acustico, un didjeridù che suona come un synt, invenzioni musicali incentrate sul tema principale del disco: "Dalle colonne di Zion / alle porte di Samarcanda / il mondo gira ancora intorno a una domanda: / Quando l'amore torna a casa?"; “un messaggio adeguato ai tempi che viviamo – commenta Carlo -: c'è guerra da tutte le parti, e noi siamo al centro”. “È decisamente un pezzo antimilitarista – aggiunge Luca - che prosegue sulla strada di Mururoa”. Quest’ultima è infatti una delle canzoni più apertamente politiche del disco, un rock tribale che racconta lo scandalo dei test nucleari condotti dal governo francese nell'atollo polinesiano tra il 1966 e il ’96. Nel 2011 il singolo Mururoa è stato usato da Greenpeace per contribuire alla campagna “i pazzi siete voi” contro il ritorno del nucleare in Italia: è la canzone più politica tra quelle a tema ambientalista. Come profondamente politico è l’omaggio a Rosa Balistreri, Quanni moru (faciti ca nun moru), il rifacimento in chiave dub di una celebre canzone dell’artista siciliana, una canzone per ricordare le parole di una delle prime donne ad essere uscite fuori dall’omertà nella lotta alle mafie; un omaggio alle sue parole, alle parole di questa canzone e non soltanto alla donna che fu; “quannu moru nun vi sentiti suli, ca suli nun vi lassu mancu ditta lu fossu”.

Una seconda cover chiude il disco: On the road again, un classico del blues innestato, ‘sporcato’ da strumenti della tradizione popolare come lo zammaruni (un clarinetto di canna di origine ancestrale), l’armonica e il marranzano; questa canzone è la colonna sonora dei tantissimi tour del gruppo, è quindi una canzone ascoltata e riascoltata letteralmente “on the road”, una canzone per stare ancora una volta insieme, ma anche una canzone dedicata ai migranti, ovvero a chi si trova continuamente “on the road again”. Alan Wilson, autore del pezzo, è stato un ambientalista ante-litteram e questa chiusura di album è anche un ringraziamento a lui, alla musica e al suo impegno.

TRACKLIST

1) Funky Nanna

2) IpercusSuite

3) Mururoa

4) Universo

5) Fuje

6) Quannu Moru

7) Cara Pace

8) Impossibile

9) Sento

10) Cincu

11) On the road again